Alessandra Libutti 🇪🇺
@alibutti
Populism is the sunset of democracy. Italian and British but mostly European. Writer #Rizzoli LaRagione.eu IlFoglio.it inoltreblog.com
L’instabilità nasce quando un Paese diventa il terreno di confronto tra interessi geopolitici contrapposti. Quando diventa un paese di “confine”. È successo all’Italia durante la Guerra Fredda. Oggi sta accadendo al Regno Unito, stretto tra Unione Europea e mondo MAGA.
Politiche di Starmer ripresentate come rivoluzionarie, un gabinetto che divide il Labour, silenzio su Kyiv, la riammissione nel Labour di Dianne Abbott. Il paese che ha cacciato uno statista per essere governato da un influencer.
Dalla Brexit a Boris Johnson, fino a Burnham: il Regno Unito sembra aver dimenticato la lezione della politica-spettacolo. Oggi il leader diventa influencer, le promesse diventano contenuti e il feed conta più del governo. Il copione è lo stesso. E il finale lo conosciamo già.
Perché Keir Starmer è diventato il bersaglio comune dell’estrema destra americana, della propaganda russa e di mondi politici tra loro inconciliabili? Attraverso René Girard, il meccanismo del capro espiatorio e il parallelo con la delegittimazione di Zelensky.
La guerra nel Labour non è finita con l’elezione di Burnham. È appena iniziata. Lo dimostra il caso Darren Jones che con un solo post, Jones ha smontato la copertura finanziaria del primo provvedimento di Burnham.
Andy Burnham è arrivato a Downing Street promettendo una svolta a sinistra. Ma è davvero così? Ho ricostruito la sua ascesa, le manovre che hanno portato alla caduta di Starmer, i rischi per il Labour e il dubbio: e se Burnham stesse dicendo alla sinistra solo ciò che vuole sentirsi dire?
Keir Starmer è caduto per i suoi errori o perché una parte del Labour e i suoi avversari avevano già deciso, ancora prima che fosse eletto, che dovesse cadere?
Per sfuggire alle indagini Nigel Farage ha provocato un’elezione suppletiva, cercando una nuova investitura popolare. Ma i partiti gli hanno sfilato il terreno sotto i piedi, lasciandolo solo contro un bidone della spazzatura.
Keir Starmer lascia Downing Street dopo due anni nonostante una delle maggioranze parlamentari più ampie della storia britannica. La sua caduta solleva una questione: cosa accade alle democrazie quando narrazioni, algoritmi e campagne mediatiche finiscono per contare più del mandato degli elettori?
Dagli incendi contro proprietà legate a Keir Starmer alle campagne di disinformazione che coinvolgono Tommy Robinson, il Regno Unito emerge come laboratorio di una nuova guerra ibrida.
Il Regno Unito appare attraversato da una crisi permanente tra violenza urbana, polarizzazione politica e disinformazione social. Da Belfast alle tensioni nel Labour, passando per dimissioni ai vertici della Difesa e guerre narrative online, il Paese vive un cortocircuito.
La vera posta non è Starmer ma il controllo dell’anima del partito. Viviamo nell’epoca della politica dell’usa e getta, dove se qualcosa non funziona non si corregge: si sostituisce. Dove non si cercano compromessi ma la supremazia.
Il Daily Mail ha trasformato una lista di decessi e sparizioni di scienziati in una trama complottista. In poche settimane, undici casi – legati a programmi nucleari e aerospaziali – sono diventati sui social la “prova” di un piano. Ma i numeri smontano tutto.
Un’email. Un pranzo definito “importante”. 3 uomini a tavola il giorno in cui la storia americana ha preso la direzione che conosciamo. Era il 7 ottobre 2016. Quel giorno 3 eventi decisero le elezioni americane. Dai file di Epstein, una storia che nessuno ha ancora raccontato per intero.
A troppi l’allineamento piace e sono disposti a barattare la libertà per la propria l’ideologia. Ma il diritto di dire no è il fondamento di qualsiasi democrazia. E andrebbe difeso, anche quando a dirlo sono persone che riteniamo abbiano torto.
Chi possiede l'Iran? E perché nessun accordo cambierà qualcosa finché non si risponde a tre domande: chi eredita il Setad? Chi eredita Khatam al-Anbiya? Chi eredita le reti dei Pasdaran? Capire l’Iran è la base per evitare di ripetere il caos della Libia e dell’Iraq.
Il terrore della “sostituzione etnica”, l’ossessione per la razza, la fertilità trasformata in strategia. Dal suprematismo all’islamismo radicale, passando per il nazionalismo russo e le techno-élites: Preservare l’identità controllando i corpi. Il mio nuovo pezzo 👇
Prosegue il mio viaggio negli inizi della storia di Epstein. In questa parte, esploro come il suo destino e quello dei Maxwell si incrociarono durante il tramonto dell’impero sovietico e di quello del Mirror Group.
Attaccare oggi un accordo che ieri aveva firmato non è una svista, ma una mossa deliberata. Serve a riscrivere la gerarchia dei temi, a interrompere narrazioni sfavorevoli e a offrire ai propri sostenitori un segnale di appartenenza.
I network state sono comunità nate online, allineate sul piano ideologico, che puntano a raccogliere capitali, acquisire territori e trasformarsi in entità politiche private, sganciate dagli Stati tradizionali. La Groenlandia è il prezzo che Trump deve pagare ai technocrati per il loro appoggio.
Ho parlato con Mohsen Sazegara, che fu tra i protagonisti della Rivoluzione islamica del 1979. Da anni è in esilio negli USA, in aperta opposizione al regime di Khamenei. Ci spiega perché, anche se non sappiamo se questa rivoluzione avrà successo, il regime è entrato in una fase irreversibile.
Attribuire le proteste iraniane al semplice carovita non è ingenuità, ma una scelta narrativa che assolve il regime e oscura la portata storica della rivolta. La lettura riduzionista dominante ignora le radici politiche, ideologiche ed esistenziali della frattura tra società e Repubblica islamica.
Ancora una volta, di fronte a rivolte popolari, i quotidiani abbassano il volume. L’Iran resta un terreno scivoloso. I diritti delle donne velo vengono evocati con facilità, ma guai a mettere in discussione il regime. Si possono condannare gli eccessi repressivi, purché il mito resti in piedi.
Woke right sembra una di quelle accuse ribaltate. In realtà, dietro questo termine, c’è molto di più: c’è la frattura che attraversa l’universo trumpiano. E allora cercheremo di spiegare che cos’è e perché non si tratta soltanto di un’etichetta.
La destra americana è entrata in una fase di rottura. Heritage Foundation in crisi, accuse di antisemitismo, fuga di quadri e donatori. Mike Pence e il suo think tank Advancing American Freedom emergono come alternativa istituzionale a una destra sempre più divisa.
Karaganov è uno dei più influenti strateghi vicini al Cremlino, e l’ha detto senza giri di parole: «Siamo in guerra con l’Europa, non con l’Ucraina, e la guerra non finirà finché l’Europa non sarà sconfitta.»
Anna Paola Concia non è nuova a gesti di dialogo trasversale, ma la sua presenza ad Atreju di quest’anno ha fatto più rumore del solito. Ne abbiamo parlato insieme ieri sera, appena è rientrata in Germania. Non le ho dato il tempo neanche di disfare i bagagli.
"La memoria del giglio" è la storia di una dinastia femminile che cresce, si spezza, resiste. Dall’Unità d’Italia al Secondo dopoguerra. A raccontarle è Livia, convinta di restare fuori dal quadro, finché non capisce che anche il silenzio fa parte dell’eredità.
Lei è Livia. Non aveva il coraggio della sorella Barberina nello sfidare le convenzioni, né la vocazione all’insegnamento. Aiutò gli altri. Livia non scelse mai un ruolo per sé. Ed è per questo che ho voluto darle voce. È lei a raccontare la storia. Sua è la memoria del giglio.
Nel 1889, a sedici anni, Barberina andò dal padre e disse: «Voglio diventare maestra. Mi occorre il suo permesso per ottenere il diploma.» Lodovico, un nobile volterrano, restò esterrefatto. Quattro anni dopo, Barberina partì per insegnare in una scuola diroccata di Sassetta. Era la mia bisnonna.